Biografia Conte Otto Barattieri

19 dic Biografia Conte Otto Barattieri

conte-otto-barattieriRiproponiamo la biografia del Conte Otto Barattieri, scritta di suo pugno.

“Questa è la biografia sintetica del Conte Otto Barattieri di San Pietro nonché Patrizio Piacentino, titolo trasmissibile ai suoi eredi sia maschi che femmine, nato a Vicenza il 30/4/ 1923 da Anna Maria Schroeder e Massimiliano Barattieri di San Pietro.

Trascorsi i miei primi anni di vita nella Villa della Borghesa di Rottofreno, indi in pensione da mia nonna Maria a Piacenza, dove frequentai i cinque anni delle elementari presso la scuola Mazzini in via Cavour, con i maestri Del Forno e Melotti.

Per colpa delle rane che andavo a pescare troppo spesso con l’attuale Avv. Marco Boscarelli ed altri vari motivi fui messo in collegio a Parma nel “Collegio Nazionale Maria Luigia”. Dicono che fosse il miglior collegio d’Italia con il famoso direttore Trincas.
Furono i 5 anni più brutti della mia vita, prima perché persi mia madre, che adoravo, secondo perché ero quasi abbandonato a me stesso.
Qui feci le 5 classi di ginnasio, poi per fortuna e contro il parere di tutta la mia famiglia, vinsi il concorso per il Collegio Aeronautico di Forlì dove feci i 3 anni di liceo classico e cominciai ad assecondare la mia passione per gli aeroplani.

Il collegio era comandato dal Col. Pilota Raul Moore che era stato aiutante di volo di S.A.R. il Duca Amedeo Aosta e aveva fatto parte della 1° pattuglia acrobatica Italiana insieme con Col. Fouger – Mauri, Carestiato ecc.
Qui trascorsi tre anni con i migliori professori italiani Colombo, Bonfiglioli, Manganaro, Vecchi ecc. e imparai le prime nozioni di volo e primi voli e meccanici aeronautici.

I miei istruttori di volo furono Tenente Pilota Italo Colasanti, poi caduto nel cielo di Malta mentre pilotava un bombardiere Can Z – 506, Maresciallo Pagliari per il volo a vela a Pavullo nel Frignano. Feci il brevetto di 1° grado sul CA100 e Saiman 202 e volavo con istruttore sul CA164 e BR 25. A Pavullo nei campi estivi sul Cat 20 – Balilla – Zeogling. Furono gli anni più belli della scuola.

Alla fine del liceo classico partii volontario per la Scuola Militare di Complemento per ufficiali piloti a Reggio Emilia dove divenni pilota militare su apparecchi SAIMAN 202 – 200 – R.O. 41, l’aeroplano più difficile che abbia pilotato ma che m’insegnò tanto, tutto direi!

A Reggio Emilia, dove ero in attesa di fare la specializzazione del 2° periodo sui caccia, ci colse l’8 Settembre 1943.
Che casino, non si sapeva più cosa fare, se andare al Sud o stare al Nord. Decisi di stare al Nord per rimanere vicino alla mia famiglia, e forse perché era più semplice. Rubai dei fogli in bianco per falsificare delle licenze, ma sbagliai data e durante un controllo al Cinema Corso da parte di una pattuglia di Camicie Nere fui denunciato come disertore.

Ricattato perché se non mi fossi presentato arrestavano i miei famigliari
, mi presentai al Comando aeronautico in Piazza Novelli a Milano, dove mi dissero di stare tranquillo che non mi avrebbero più disturbato e sarei stato sempre a casa. Non fu così, dopo 15 giorni fui costretto (sempre con ricatto) ad andare a Torino alla caserma di Altezzano dove trovai tutti i miei compagni di corso e altri 500 piloti di vario grado, anche loro (costretti) inviati lì e in attesa di varie destinazioni.

In quel periodo molti piloti fuggirono su aeroplani e andarono al Sud. Con un mio amico, Granelli, oggi in Venezuela, trovai in un hangar dell’Aero Club di Torino un SAIMAN 202 che non veniva utilizzato perché aveva il carrello rotto. Mi misi di buona lena a ripararlo e fui elogiato per il lavoro che facevo per poter volare un po’, perché vi era carenza di aeroplani. Ma la mia intenzione era un’altra, facile a immaginarsi.
Il vero problema era però un altro, ossia, la mancanza di benzina. Mi dissero che c’era un maresciallo tedesco che vendeva la benzina sottobanco. Provai anch’io, ma non sapevo che nel frattempo quel maresciallo era stato sostituito e quello nuovo, capite le mie intenzioni, andò al comando a denunciarmi.
Siccome le defezioni erano all’ordine del giorno vollero dare una punizione esemplare e si costituì un Tribunale Speciale che ci condannò alla fucilazione.

Nell’attesa del giorno fatale, mentre eravamo in cella in caserma, l’ufficiale di picchetto Ten. Pilota Diafferia (che poi in seguito passò nei partigiani e morì alla Borghesa in combattimento contro i tedeschi) ci avvisò che se volevamo salvarci dovevamo arruolarci nel 2° Battaglione Azzurro in costituzione che poi sarebbe andato ad Anzio a combattere contro gli Americani. Non ci pensammo due volte: facemmo armi e bagagli, prendemmo tutti i documenti e ci presentammo a Tradate, dove avremmo fatto un corso d’istruzione velocissimo in una caserma di paracadutisti.

Qui infatti, in pochi giorni, feci lanci dalla torre di 90 m e un lancio da 500 m con paracadute da un trimotore S 81. La permanenza durò forse 20 giorni. Un giorno, mentre eravamo in libera uscita, radio civetta ci comunicò che erano arrivate le S.S., che avevano portato via il Colonnello Comandante paracadutista e che il giorno dopo saremmo stati tutti mandati in Germania per migliorare la nostra istruzione!! Decidemmo di defilarci. Nella notte, erano le tre, con altre peripezie scappammo. Dopo vari chilometri di marcia a piedi un camion della Tod ci diede un passaggio fino a S. Rocco al Porto. Eravamo arrivati al Po ma i ponti erano in parte distrutti, vi erano sospesi solo i binari della ferrovia con le traversine. Con grande giramento di testa ed equilibrio arrivammo sull’altra sponda! Qua eravamo quasi a casa.

Mi rifugiai alla Gerra Vecchia, che era una nostra azienda sul Po, dove vi era della brava gente e il nostro fattore mi dava da mangiare e dormire in vari posti nel bosco, che cambiavo continuamente.
Purtroppo la mia situazione peggiorò perché tutti i fascisti e tedeschi mi cercavano e c’erano 5 mandati di arresto su di me. Non mi rimase altra scelta che andare in montagna con i partigiani. Sfortunatamente a Travo, dove avevo appuntamento con una certa persona che mi doveva condurre dai partigiani, per delazione fui arrestato, picchiato e sottoposto ad altri maltrattamenti, poi condannato alla fucilazione.
Il giorno fissato per la fucilazione dovetti passare in mezzo al paese, con la popolazione che piangeva, fino al cimitero dove era pronta la mia fossa senza cassa. Mentre aspettavo sull’orlo della fossa con il curato di Travo, Don Giulio Zoni, arrivò una bambina di circa 10 anni, vestita di rosso, con una lettera gialla in mano che consegnò di corsa al comandante del plotone di esecuzione il quale l’aprì e, seccato, ordinò di riportarmi nell’albergo di Travo dove ero tenuto prigioniero in una soffitta.

Cominciarono le trattative per lo scambio e, se prima ero rassegnato ormai alla fucilazione, la prospettiva di scampare mi metteva in grande agitazione
. Finalmente la trattativa si concluse e dopo 5 giorni di persecuzioni e un altro viaggio al cimitero di Travo per fucilarmi, fui scambiato con il federale fascita Maccagni a Bobbiano.

Dopo la mia liberazione la prima persona che mi venne incontro fu il Dott. Ricci Oddi; la sua famiglia era grande amica della mia. Non dimenticherò mai quell’incontro. Mi caricarono su una specie di slitta tirata da un paio di buoi e dopo 4 ore di viaggio per strade di montagna dissestate arrivammo a mezzanotte alla Senese, sede del Comando Partigiano dove vi era il Comandante Avv. Cossu (un capitano dei Carabinieri) e Paolo Araldi (maresciallo pure lui dei carabinieri) e tanti altri partigiani.

Dopo varie interrogazioni finalmente mangiai un po’ di lardo e pane (erano 5 giorni che non mangiavo) che, anche se vecchio era buonissimo, e bevvi un buon bicchiere di vino (per quei tempi). Il periodo che trascorsi in montagna (10 mesi) fu pieno di episodi e avvenimenti che sarebbe troppo lungo da raccontare.

In seguito mi assegnarono al distaccamento di Scargnago comandato da Paolo Araldi, maresciallo dei Carabinieri medaglia d’oro, poi fucilato a Piacenza per delazione del figlio del Col. Latty reduce e valoroso combattente in Russia.

Qui trascorsi tre mesi tra vari combattimenti, azioni e rastrellamenti tremendi fatti dai tedeschi con i mongoli fino al giorno della liberazione di Piacenza; fui uno dei primi a entrare in città sotto il fuoco dei tedeschi e cecchini italiani.
Una Gioventù sprecata.

A tutti i ragazzi del mondo dico, nonostante tutto, cercate un ideale che vi dia la forza di vivere e di lottare senza ricorrere a psicoanalisti e droghe che è sempre una vigliaccheria.

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